Famiglia: solidali o soli e basta
La solidarietà non e una emergenza economica, né uno slancio filantropico, ma una dimensione essenziale della famiglia umana

Di Dante Balbo



A forza di stare in Caritas e vedere gente che fa televisione; mi è venuta voglia di fare un film.


SCENA PRIMA O DEL MICRO ORIZZONTE

Due donne si fermano davanti ad una siepe appena tagliata, che mostra la bella casa, prima nascosta.
"Con la siepe non si vedeva quanto è bella!" " Ma senza siepe, chi difende la tua privacy? E poi tutte le case hanno una siepe!" Un frammento di vita reale, la rapida ripresa di un angolo ticinese, nel pallido sole di marzo, con protagoniste due mamme, che si sono incrociate per un attimo, nel loro consueto tragitto fra casa e scuola dei figli. Eppure un segno denso, profondo del modo di pensare che la nostra cultura della solidarietà limitata ha impresso nelle nostre abitudini, persino nei nostri sguardi.


SCENA SECONDA O DELLA SOLITUDINE OBBLIGATORIA

Sta diventando pane quotidiano per il nostro servizio sociale la necessità di collegare il bisogno di anziani soli, madri di famiglie monoparentali, pazienti appena usciti dall'ospedale, con quello di disoccupati in cerca di lavoro, anche parziale, anche molto diverso da quello che avevano fatto finora. C'è qualcosa di grottesco, di tragico, in questa società della comunicazione, delle reti che uniscono Corippo è Città del Capo, basta un modem, e la necessità di avere un servizio sociale che tenti di collegare due persone che poi magari si scopertine/copre, vivono trecento metri di distanza.


SCENA TERZA O GRAND'ANGOLO

Due scene apparentemente lontane, ma ad unirle il disagio, quella sensazione di smarrimento che gli uomini di scienza incasellano nella categoria depressione, forse perché anche loro sono soli e persi a valutare questo mare ribollente di tristezza e angoscia, dalle onde sempre più minacciose e che sembra inghiottire i nostri sogni o costringerli nella stupida evasione di un film pieno di buoni sentimenti. La prima scena è la manifestazione della causa, quella privatizzazione entro le mura domestiche della domanda di incontro, di partecipazione, di senso del nostro agitarci quotidiano. La seconda è il risultato paradossale di questo processo di lento ma progressivo isolamento degli individui, di chiusura degli orizzonti dentro i limitati bisogni che ci insegna la televisione, la stampa e tutti quegli altri strumenti di comunicazione che proprio perché mettono insieme le persone, le rendono anonime, incapaci dì progettare, di cercare, di pensare al loro futuro, cioè in definitiva sole. Allora ci vuole un servizio di "esperti" della fantasia, come Caritas o un altro servizio sociale, per immaginare soluzioni, scopertine/coprire legami, proporre relazioni. Se queste due scene non fossero contemporanee, se non avessimo scritto come inevitabile la necessità di elevare siepi fra noi e il mondo, la complessità sarebbe una sfida affascinante, la comunicazione globale un immenso giardino, con frutti d'ogni specie da cogliere e dividere con gli altri. Il disagio, la crisi, la depressione sarebbero fenomeni isolati, incidenti di un percorso faticoso, ma ricco della sovrabbondanza delle risorse che la fantasia sarebbe in grado di lavorare per trasformarle in ponti gettati fra il già e il non ancora.


REPLAY

Torniamo un attimo al servizio sociale di Caritas, un osservatorio limitato, ma il mio. Quello che salta all'occhio è che i confini sono sempre più stretti, più difesi. Le famiglie si incontrano, per fare delle cose insieme, ma sane fuori dalla casa, fuori dal dominio privato. Sono allora i figli, quando ci sono, a fare da cerniera per queste relazioni fragili, perché frequentano la stessa scuola, sono gli amici, finché restano tali, ma per andare in vacanza insieme, per passare una domenica o addirittura una settimana in compagnia, purché poi, ognuno a casa sua. Ma poi, quando vengono i problemi, quando si perde il lavoro, quando si deve scegliere se tenere o no un figlio, quando si sono fatti degli errori e si è costretti a frequentare più l'ufficio esecuzioni e fallimenti del bar, allora non c'è più nessuno, né lo si cerca. Risalgono le siepi, gli steccati, i fili spinati e il mondo è fuori, ostile e cattivo. Allora, quando i giochi sono fatti, quando la solitudine abita la casa tanto indesiderata quanto prepotente, è difficile intervenire, lungo ricostruire, faticoso abbattere le cinte armate a difesa di quel poco di dignità rimasta.


FINALE A SORPRESA O LA SOLIDARIETÀ È UNA SCELTA DI FAMIGLIA

Le risorse ci sono, ma devono essere coltivate e, prima ancora, conosciute. Ancora una volta è la famiglia, questa istituzione già data per morta dai profeti della libertà individuale, a nascondere il tesoro che ci può strappare al mare spumeggiante dello smarrimento. E non sono i "sani valori" trasmessi dalla famiglia per garantire la stabilità sociale, che poi significa la permanenza delle differenze di reddito, a costituire questa ricchezza intima, sorgente di vita, né la democratizzazione dei rapporti famigliari che li ha così assottigliati da renderli più o meno una questione estetica, la possibilità segreta di rinascita felice dell'uomo libero. La famiglia, con il suo nome, con la sua struttura, con il suo stesso esistere, nella verità dei suoi rapporti, di sposo e sposa, di padre e figlio, di madre e figlia, di fratello e sorella è questa sorgente di solidarietà. C'è solo una condizione, perché si possa realizzare questa stupefacente rivelazione di energia insospettata, che la famiglia diventi quello che è: la storia di due coniugi (coniugi significa che portano insieme il giogo). Due coniugi che tracciano insieme il solco della vita, per seminare figli, coltivarli con passione, senza paura di aprirsi al mondo. Questo è il disegno scritto nella nostra stessa umanità, nella nostra apertura all'altro, che sempre ci rimanda ad un Altro più grande, che nella quotidiana fatica dello scegliersi di una famiglia si rivela. Sono queste le relazioni capaci di abbattere le siepi, ma non solo, il pensiero stesso che le siepi siano una necessità per tutte le case.


TITOLI DI CODA

Si ringraziano le due madri, ignare vittime dell'occhio indiscreto della telecamera, gli operai che hanno abbattuto la siepe, le famiglie coraggiose che considerano il costo dei figli un beneficio per l'umanità intera. Volevo fare un film e mi è uscito un dossier di cronaca: per un cieco, il massimo dell'espressione artistica. Poi ditemi che a Caritas non c'è fantasia!

Il regista.